Viaggiando
Sono in viaggio, tanto pe’ cambià…
Ma di che cosa parlano gli articoli sul G8 ?!?
- CHE C’AVETE PAURA ?
Dopo giorni di duri scontri, il Congresso elimina le disposizioni
che, secondo i nativi, favorivano lo sfruttamento dei terreni
"Perù, revocate le leggi sulla terra gli indigeni fermano la protesta"
Spuntano immagini shock sulla "Tiananmen dell’Amazzonia"
"Polizia contro indigeni, almeno 60 morti". Si chiede un’inchiesta
LIMA – Dopo le proteste e gli scontri durissimi delle scorse settimane, gli indigeni dell’Amazzonia l’hanno spuntata. Il Parlamento peruviano ha revocato i due controversi decreti presidenziali sullo sfruttamento della terra che secondo gli amerindi, favorivano lo sfruttamento di gas, petrolio e delle foreste amazzoniche. Una vittoria per le comunità indigene che hanno infatti immediatamente posto fine alla protesta iniziata ormai più di due mesi fa, segnata in diversi momenti da una violentissima repressione. Il Congresso di Lima ha spazzato via le leggi contestate avvenuta con un’ampia maggioranza, 82 voti contro 12, al termine di cinque ore di dibattito.
L’Associazione interetnica di sviluppo della foresta peruviana (Aidesep), che riunisce 1.350 comunità indigene dell’Amazzonia, ha accolto il voto ordinando la fine dei blocchi stradali e dell’occupazione dei giacimenti petroliferi. Durante la protesta, che ha coinvolto cinque dipartimenti dell’Amazzonia, vi sono stati violenti scontri vicino alla città di Bagua Grande con 24 poliziotti e dieci civili uccisi, secondo il bilancio ufficiale. Il governo di Lima ha accettato questa settimana di aprire un tavolo di dialogo con le associazioni indigene.
Le leggi, che permettevano investimenti stranieri per lo sfruttamento di miniere e foreste in Amazzonia, erano state approvate nel 2007 e nel 2008 nell’ambito dei poteri concessi dal Congresso al presidente Alan Garcia per permettere l’applicazione dell’accordo di libero commercio con gli Stati Uniti.
Il bilancio ufficiale degli scontri è già grave, ma il numero delle vittime è molto probabilmente ancora più alto. E ora emergono inquietanti testimonianze fotografiche della repressione. Due operatori umanitari belgi hanno spezzato il silenzio che circondava la "Tiananmen dell’Amazzonia" e hanno documentato il massacro avvenuto il 5 giugno a Bagua Grande. Le immagini, alcune delle quali sono state anticipate dal britannico Independent, verranno mostrate lunedì alla Camera dei Comuni, a Londra, per far luce su cosa sia veramente successo. Secondo diverse organizzazioni umanitarie, i morti sarebbero una sessantina, molti dei quali disarmati, e centinaia di persone risultano ancora disperse. L’organizzazione Survival International chiede che venga aperta un’inchiesta indipendente per far luce su cosa sia realmente successo.
Da "La Repubblica"
(19 giugno 2009) Tutti gli articoli di esteri
MASSACRO IN AMAZZONIA, PERCHÉ GLI INDIGENI DEL PERÙ CI RIGUARDANO
Gennaro Carotenuto
(09 giugno 2009)
È finora di una quarantina di morti e di centinaia di feriti il bilancio dell’uso della forza da parte del governo peruviano di Alan García, uno degli ultimi in America latina che al consenso degli elettori continua ad anteporre, come se fossimo ancora nei decenni neri di fine XX secolo, quello di Washington.
Il conflitto tra gli indigeni dell’Amazzonia e il governo di Lima (del quale demmo conto qui e qui) ha avuto così lo sviluppo più sanguinoso possibile che in queste ore sta provocando una vera e propria caccia all’uomo con almeno uno dei dirigenti indigeni più in vista, Alberto Pizango , costretto a chiedere asilo politico in Nicaragua. Non poteva averne altro in un paese come il Perù, tra gli ultimi ad essere retto da un governo ortodossamente neoliberale e che si è legato mani e piedi firmando un trattato di libero commercio che è all’origine dell’attuale crisi.
È infatti il TLC tra Perù e Stati Uniti che “privatizza” una dei patrimoni mondiali più importanti per biodiversità dell’intera umanità, aprendolo allo sfruttamento da parte delle multinazionali del petrolio, del gas, dell’acqua e del legname e sottraendolo alle popolazioni indigene che lo considerano loro assegnato per diritto ancestrale. È sempre il TLC che sottrae completamente alla sovranità peruviana il territorio. Le compagnie multinazionali, sono infatti libere di sfruttare il territorio senza essere obbligate ad alcuna mediazione con chi, come gli indigeni, su quel territorio ci vive. Siamo così al muro contro muro, con il governo di Lima che usa la violenza perché non ha altra scelta che rispettare i patti con Washington e le comunità indigene che stanno combattendo una battaglia per la loro sopravvivenza.
Siamo costretti una volta di più a notare che uno dei massacri politici più gravi da anni nel continente sta avvenendo nel silenzio colpevole della stampa internazionale, altrimenti così solerte quando crisi politiche anche di ben minore entità riguardano paesi non proclivi al fondomonetarismo. Ma la stampa internazionale una volta di più sbaglia a disinteressarsi del Perù perché quello amazzonico è uno scontro dalla valenza planetaria. Quello sugli indigeni peruviani è pertanto un silenzio complice. Col silenzio, giova ricordare, si sta dalla parte di chi viola i diritti e contro chi li vede violati, e quel silenzio è necessario denunciare e rompere.
Se i morti sono finora una quarantina, comunque un massacro spaventoso, decine o forse centinaia di migliaia di vite sono a rischio perché quella che combattono gli indigeni dell’Amazzonia peruviana è una battaglia in difesa di uno dei punti nevralgici dell’ecosistema mondiale e nel quale si scontrano due visioni alternative di mondo: quella neoliberale dei Trattati di Libero Commercio, che stabilisce che qualunque cosa ha un prezzo e che le conseguenze a breve, medio e lungo termine dello sfruttamento del pianeta non sono importanti rispetto al profitto immediato delle corporazioni e quella di chi pensa che un altro rapporto con il pianeta sia non solo possibile ma indispensabile e urgente.
Nell’Amazzonia peruviana non stiamo infatti assistendo ad un semplice conflitto per la terra, con le popolazione native espulse dalle loro terre ancestrali per far posto al latifondo, alle enclosures, allo sviluppo capitalista e agroindustriale di terre libere e che qualcuno suppone deserte e disponibili.
Quello che si combatte in Perù è un conflitto che mette in gioco molteplici aspetti. Vediamo una volta di più la controffensiva di popolazioni native che qualcuno considerava residuali e assimilabili (se non sterminabili) e che invece in questi anni risultano sempre più coscienti di sé e dei propri diritti e pertanto combattive, dai mapuche cileni ai garifuna dell’Honduras. Questa lotta coincide dunque con quella di chi pensa che tutto il pianeta, la vita, la natura, la biodiversità, non sia assoggettabile ai Trattati di Libero Commercio come quello firmato dal governo di Lima che ha semplicemente rinunciato alla propria sovranità sulla regione sottoponendola agli interessi economici e finanche alle leggi di un paese terzo, in questo caso gli Stati Uniti.
Il governo di Alan García spara sulla folla sostenendo pubblicamente che non ci sia altra via allo sviluppo che questa, disboscare, desertificare, distruggere, privare i popoli del loro territorio. Paesi vicini al Perù, l’Ecuador e la Bolivia in primo luogo, stanno dimostrando che il governo peruviano ha torto, che ci sono altre vie allo sviluppo oltre quella del pensiero unico e che senza rispetto per la vita dei popoli lo sviluppo stesso non ha alcun senso.
fonte www.gennarocarotenuto.it
- Da http://www.giannimina-latinoamerica.it/index.php
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